Trump: orco cattivo o gigante buono?

Il 20 Gennaio 2017, alla scadenza del secondo mandato di Barack Obama, Donald Trump si è ufficialmente insediato alla White House, dopo aver vinto come candidato repubblicano le ultime elezioni degli Stati Uniti d’America in data 8 Novembre 2016 contro la candidata del Partito Democratico Hillary Clinton.
Dopo una campagna elettorale tra le più controverse e “violente” della storia, segnata da una quantità minima di contenuti politici veri e propri e una serie invece cospicua di schermaglie attinenti i più svariati campi della vita dei candidati (con particolare riferimento alla sfera sessuale), il c.d Tycoon (termine utilizzato per indicare la sua fama di grande imprenditore e magnate industriale) è riuscito ad ottenere la vittoria grazie al sistema elettorale dei “Grandi Elettori”, utilizzato oltreoceano, conseguendone il numero di 304,a fronte dei 227 della Clinton, che pure aveva ottenuto un maggior numero di voti totali (il 48% contro il 46% del candidato repubblicano).
L’elezione di Trump ha suscitato scalpore in tutto il globo e sta tuttora influenzando l’andamento politico internazionale, che sta a poco a poco virando verso un ritorno delle forze antidemocratiche o, comunque, anti-establishment. Ma perché?
Donald Trump è un personaggio controverso, complesso, dalle mille risorse (economiche e non). Tutta la sua campagna elettorale è stata incentrata su una guerra personale e di partito con ciò che Hillary rappresenta e rappresentava secondo la sua visione: quel tipo di potere corrotto, ipocrita, incapace di guardare alle reali necessità del popolo, attento solo a una politica internazionale vantaggiosa, al mantenimento del “politically correct”; il “Tycoon”, invece, si è da sempre mosso su binari diametralmente opposti: ha inneggiato alla necessità di chiudere le frontiere, espressione della sua visione isolazionista degli States, di aumentare perquisizioni e controlli per ragioni di sicurezza generale, di frenare in ogni modo il fenomeno migratorio, di tagliare gran parte dei trattati internazionali, di riformare il diritto sulle armi, di ripristinare dunque un’immagine forte e potente degli Stati Uniti. In ragione proprio di questi “dogmi”, all’interno del lungo percorso che l’ha condotto alla Casa Bianca, sono state moltissime le accuse rivolte a Trump: sessismo (basti pensare alla registrazione risalente al 2005 in cui diceva di sentirsi libero di utilizzare la sua ricchezza e popolarità per portare a letto le donne), razzismo (in particolare ci si riferisce alla sua volontà di chiudere le frontiere con il Messico ma anche con gli stati islamici), il rapporto fin troppo stretto con Vladimir Putin (e fu accusato anche quest’ultimo di favorire l’ascesa al potere di Trump), intimidazioni agli elettori, l’utilizzo della sua Fondazione per scopi puramente personali, e molte altre.
Ora, se si può definir vero che né Trump, né la Clinton, rappresentassero il candidato ideale per la presidenza degli Stati Uniti (e anche su questo vi sarebbe da riflettere poiché sono stati entrambi votati alle primarie dai rispettivi elettori), per quale ragione un personaggio esagerato, istrionico, sicuramente spesso avverso alla legalità, al rispetto, all’integrazione, a tutto ciò che è stato ottenuto con anni e anni di fatiche e lotte, ha ottenuto un risultato così positivo? E perché, mentre metà degli Stati Uniti ha votato Trump, l’altra metà invece lo odia, scende in piazza, definendolo come l’emblema di un mondo che viaggia verso un futuro catastrofico? E ancora, perché, intanto, nel globo inizia a svilupparsi una paura così forte per quello che può svilupparsi con la presidenza del Donald? Come al solito, bisogna tener conto di molteplici aspetti per tentare di giungere a una risposta.
Innanzitutto, è necessario dire che Trump non è, di certo, un personaggio puro, limpido, integro, non merita lodi né elogi per il suo modo di approcciarsi con la realtà; è sfacciato, talvolta sleale, ha avuto un grosso numero di controversie giudiziarie (anche volendo considerare la sola carriera imprenditoriale), sta tentando di eliminare anni di lotte per l’integrazione con una politica isolazionista e anti-immigrati/rifugiati; eppure, è stato votato. Perché? Ma soprattutto, da chi? Dagli operai, dall’industria manifatturiera, dalle minoranze (pur essendo forte la sua politica contro i migranti), in una parola,dagli “scontenti”. Queste categorie di soggetti, pur non definendo Trump un candidato totalmente all’altezza del compito assegnatogli, hanno visto in lui una possibilità di rivalsa, di ripresa, uno spiraglio in fondo ad un tunnel; quello che la Clinton non è stata capace di vedere è stato proprio questo, lo stato di totale disillusione e malcontento dei ceti più bassi;ha preferito nascondersi invece dietro un’economia che, seppur in crescita, stava formando un distacco sempre più netto tra il settore dell’alta finanza, dei proprietari, degli imprenditori (in una parola, i “ricchi”), e quello dei ceti popolari, con sempre meno posti di lavoro a disposizione  (e frequenti trasferimenti all’estero) e salari sempre più in condizioni di ristagno.
Trump è diventato il simbolo della lotta contro il governo democratico che non ha saputo dar voce agli umili, conquistando in maniera lenta ma costante l’appoggio di chi, pur negando in sede di sondaggio, ha creduto di poter risorgere ancora solo grazie alla sua scalata verso la White House. Dunque, chi ha votato contro di lui,per la Clinton, è ricco/benestante o semplicemente non scontento? Non esattamente. I voti contro di lui sono stati i voti di chi reputa Trump una persona non adatta ad una carica di quel prestigio e di quella delicatezza, troppo “rude”, maschilista, razzista, per riuscire a gestire una realtà così multiforme e articolata come quella degli Stati Uniti.
Tuttavia, sebbene sia impossibile negare che siano evidenti i limiti di Donald Trump come politico, è pur vero che la sua è una vittoria democraticamente ottenuta , e quindi come tale va accettata, seppur tenendo conto delle eventualità negative cui può portare. Quelle che spaventano il mondo intero, preoccupato dall’infinita disponibilità nucleare posta nelle mani di un uomo razzista e isolazionista, dal rapporto con l’altro “uomo forte” Vladimir Putin, e dalle possibilità per il “Tycoon” di rendere gli States potenti ma lontani, lontanissimi (e non solo geograficamente) per chiunque sogni di giungere anche solo una volta nella vita in terra americana.
I provvedimenti dei primi giorni di Presidenza sembrano confermare questi timori visto che, oltre ad aver già bloccato la precedente riforma sanitaria, l’Obamacare, ha indetto la costruzione di un muro sul confine con il Messico e il blocco dei migranti in arrivo da stati islamici. In ogni caso, formulare un giudizio dopo 9 giorni di operato è riduttivo ed insensato e, dunque, soltanto il tempo saprà dirci se il voto degli scontenti ci renderà tutti un po’ più infelici e intimoriti, o se invece avrà significato la reale rivalsa dei meno fortunati.
Time will guide us. Good Luck, Donald!

Jamessalerno

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